Story

Ringraziamo fin d’ora quanti vorranno inviarci degli episodi e delle foto storiche riguardanti la vita e le vicende di un tempo degli abitanti di Predazzo.   

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Predazzo 1797 invasione Francese e nuova Chiesa Parrocchiale

chiesa-predazzo-antica-copia.jpgEsattamente il 22 marzo 1797, un contingente di truppe napoleoniche giunse fra i nostri ponti, più che altro per spillare soldi, oro (poca roba …), vitto e alloggio. Nessuno li aveva chiamati! Se ne potevano stare in Francia. Questi, con notevole arroganza, esibendo “sciabole sguainate”, minacciarono la popolazione se non veniva accettato quanto sopra. Caso contrario, fuoco al paese! Le autorità civili e religiose, disperate, predisposero in fretta e in furia una colletta e tutta la popolazione, bene o male, cercò di soddisfare; il malloppo venne così posto in una cassa che prese la via del sud, e la cosa (purtroppo Provvisoriamente) calmò i villici atterriti.
Nell’archivio comunale esiste, gelosamente conservato, un fascicolo rilegato, con un ingenuo disegno che ricorda il tragico evento e soprattutto riporta gli elenchi dei predazzani che prestarono soldi e altro (un po’ alla volta restituiti, con notevole sforzo). Al termine della prima parte, quella che descrive l’avvenimento si può notare la conclusione (purtroppo non avverata) “ aiutante e i suoi soldati partirono promettendoci, che non saressimo (sig!) più molestati.”
Ma i gallici tornarono nel 1801 facendo man bassa su quel poco che era rimasto, causando, in seguito, una grande carestia. Per fortuna con il trattato di Luneville il Trentino tornò all’Austria.
Ma non era finita! Il governo Bavarese, alleato (malvolentieri a Napoleone istituì il servizio militare obbligatorio e i predazzani tentarono candidamente una rivolta, subito sedata. I francesi tornarono così un’altra volta per punire responsabili.
Alcuni si gettarono in ginocchio davanti al colonnello Disfurt, implorando perdono, e altri passarono dei guai grossi, dopo aver subito, sulla piazza, ben sessanta colpi di bastone!
Dopo quei tristi accadimenti, la vita riprese stentatamente, ma con dignità e lavoro. Iniziò anche l’emigrazione e una cinquantina di giovanotti emigrarono in Transilvania (ora Romania) facendo un viaggio, praticamente a piedi, in venti giorni (altro bell’argomento da sviluppare in seguito …).
Nel frattempo la popolazione era arrivata a quota tremila e la vecchia chiesa (ora Municipio) non era più in grado di soddisfare, decentemente, le pratiche religiose. Gli avvenimenti precedenti non avevano permesso di operare soprattutto all’interno dell’edificio sacro, che era messo molto male; si pensi, per esempio, che il pavimento era ancora in terra battuta! Per non parlare di molte altre deficienze, ricordate più volte dalle visite pastorali.
Un valoroso comitato, cominciò ad affrontare l’arduo progetto di una nuova chiesa. Le molte difficoltà, soprattutto economiche, vennero via via superate e l’immane spesa trovò le risorse necessarie.
Facile fu la scelta del suolo. A “Sezura Feudale” e con l’allora amministrazione regoliera non ci furono grossi problemi, ma non così con i proprietari dell’insediamento detto del “Marin” (sette famiglie povere) che ne approfittarono pesantemente ma alla fine anche quell’ostacolo fu risolto, in certi casi in ritardo. Anche l’esatta ubicazione dell’edificio andò incontro a polemiche. La mappa qui a lato riporta  ta indica le tre proposte. [attuale fu certo la migliore delle altre. I lavori iniziarono nel luglio del 1866 ed il giorno di San Giacomo, patrono (con San Filippo) della vecchia chiesa ci fu la posa della prima pietra, con grande giubilo della popolazione.
L’ottimo progetto dell’ing. Mayer presentava, fra l’altro, un particolare sgradevole. Infatti, osservando il prospetto esterno,  il campanile risultava rozzo e pesante. Con la collaborazione (a lavori già iniziati) dell’ottimo arch. Seppert il progetto fu migliorato ed il nostro campanile, addossato al tempio è un bellissimo esempio di gotico moderno, ammirato da tutti. chiesa-predazzo-antica1-copia.jpgAnche il resto dell’esterno è assai indovinato e dignitoso. Per quanto si attiene all’interno, monumentale, esso è completamente gotico (altari, pulpito, cantoria, confessionali, banchi ecc.). Pregevoli le opere di pittura realizzate in seguito da artisti di buona fama (Guardiabassi, Cistena, Unterpergher, Rasmo e altri). Negli anni 1937/ 38 il pittore locale prof. Camillo Bernardi, dipinse i santi a fianco degli altari laterali.
Ci sarebbe ancora tanto da ricordare. Un particolare significativo da segnalare consiste nel fatto che quasi tutto il principale materiale usato proviene dai nostri monti (marmo, porfido, granito, monzonite e altro). E’ anche simpatico citare le dieci colonne monolitiche provenienti da un solo masso erratico (si diceva grande come una casa, ma forse è un’esagerazione). I lavori terminarono nell’aprile 1860 e le funzioni sacre funzionarono, un po’ alla volta, entro lo stesso anno.
Si conclude così la bella storia della nostra nuova chiesa che
troneggia in mezzo al paese e da tutti guardata, oggi, con orgoglio … non deve restare un freddo monumento di patrie memorie ma piuttosto una continuazione di virtù cristiane e civili che costituiscono il patrimonio prezioso di un popolo” (Mons. Gabrielli: “Memorie ecclesiastiche” Eurographik 1966).
Ed ora, mi permetto di riportare alcune curiosità sulla nostra chiesa. Innanzi tutto bisogna chiarire il problema del patrono.
In una pergamena vescovile (1233) si cita una chiesa “S.Jacobi in Pardacio” ma nel 1538 si parla di SS. Filippo e Giacomo (che sono anche questi apostoli). I predetti sono riportati all’ingresso della nuova chiesa, sopra la porta principale, fra l’altra statua di Cristo benedicente; inoltre la bellissima pala dell’ altare maggiore, con i Santi Filippo e Giacomo fra Gesù Cristo (datata 1871), opera di Guardabassi.
Fino a qualche decennio fa, il primo maggio si festeggiava “San Giacom piciol”, da non confondere con l’altro San Giacomo detto anche “il maggiore”. Poi venne istituita la festa di San Giuseppe artigiano e i S.S. Filippo e Giacomo furono spostati aI 3 dello stesso mese, ma ormai tale festa è pressoché dimenticata: resta quella del 25 luglio. Dei Santi Filippo e Giacomo resia l’intitolazione della piazza effettuata nel secondo dopoguerra (durante il ventennio era intitolata a Vittorio Emanuele).
Ancora da ricordare che in seno alla “Deputazione Comunale” poco prima dell’inaugurazione del tempio, qualche consigliere propose di sostituire l’anonimo patrono con un personaggio più importante, degno della nuova imponente costruzione. Il capo comune del tempo, certo Nicolò Morandini (Colorindo) rispose, divertito: “Ci sono lamentanze di quello attuale?”
chiesa-predazzo-antica2-copia.jpgDurante la prima guerra mondiale cinque campane furono requisite per tare … cannoni (decisione un po’ grottesca…). Esse furono sostituite nel 1923. Il trasporto Ora-Predazzo fu effettuato da certo Giacomo Giacomelli (Giochele Pila) che per pagamento chiese che venga suonato il “campanone” al suo funn-rale: operazione onorata.
In quegli stessi anni del primo dopoguerra, il quasi concittadino Alcide Degasperi (1881-1954) si candida per il Parlamenlo Italiano. Un rivale di sinistra, con atto deprecabile, fece scrivere sul muro nord-est della chiesa la frase irriverente “votate Degasperi se volete in paradiso” (i segni dell’infame frase si vedevano ancora recentemente).
Verso la fine degli anni trenta un fulmine centrò la croce del campanile, fortunosamente dotato di parafulmine: grande spavento per gli astanti; danni insignificanti. (E’ da ricordare che nella vecchia chiesa, durante un furioso temporale (2 agosto 1561) un fulmine centrò il campanile e furono colate le campane.)
In quegli stessi anni “trenta” , un certo Longino, calzolaio, in cambio di qualche “gotto” si inerpicava lungo il citato parafulmine, fino alla croce sommitale.
Con la seconda guerra mondiale, le campane non furono requisite, ma durante l’occupazione tedesca (8.09.1943 - 24.04.1945) il sagrestano di allora “Pierin Monech”, si recò, come tutti gli anni, nella cella campanaria, alle ore 23 del mar- tedi grasso, per suonare “da la càrn”, ossia avvertire che stava iniziando la quaresima con delle speciali limitazioni. I gendarmi (alloggiati alla “Palazzina” ora “casa del Nino Fero”) mitra alla mano, affrontarono il campanaro/sacrista, credendo che si tratti di una … rivolta! chiesa-predazzo-antica3-copia.jpgIl buon Pierin, col suo tedesco raffazzonato, spiegò così: “Morghen keine Fleisch … Karnevale kaputt”.
E per concludere questa edificante storia della nuova chiesa, mi sia permesso di ricordare l’organo, sul quale, personalmente ho suonato per molti anni, istruito egregiamente da mio padre Everardo (1883-1965) il quale aveva sostituito tre generazioni di organisti del “Fincat”. La mia prestazione terminò nell’anno 1966, in quanto, per ragioni economiche e professionali, me ne andai in VaI di Fassa, pendolare, sostituito egregiamente dall’attuale M.° Fiorenzo Brigadoi, che, fra l’altro, è stato il promotore del nuovo organo, degno strumento nella degnissima chiesa di San Giacomo, della quale ne siamo tutti orgogliosi.

Nicolino Gabrielli (Everardo)   classe 1926

Foto: Archivio Gruppo Fotoamatori Predazzo

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In ricordo di una tradizione, ovvero un voto andato perso.  

di  Bosin   Beppino    -    Susana     

Tutto merito del suo ideatore Enrico Brigadoi ( Mechz) e di madre Morandini (Sanata). Nato nel 1912  morto nel 2000.- ricordato e conosciuto come “ Rico dal Fol”, uomo di grande fede  amante della natura, agricoltore e con regolare permesso raccoglitore di Trementina in dialetto “ largà”. E in suo ricordo  l’infaticabile gruppo di Volontari ha intitolato a Lui L’associazione.
 “Gruppo Volontari Rico dal Fol”.

pietralba-rico-dal-fol-copia.jpgDa tradizione secolare a Predazzo come in Fiemme e Fassa era e è fare un pellegrinaggio a piedi sulla buona stagione  al Santuario di Pietralba (Weissenstein) in Tedesco un giorno all’andata e un giorno per il ritorno ai tempi andati con gli Stendardi delle Regole (dei Comuni).
predazzo-storiche-scritte1.jpgAl buon e simpatico Rico gli venne l’idea di farne uno di ringraziamento l’ultimo dell’anno a cavallo di Capodanno, e così nel 1945- 46- nasce la prima trasferta, erano in sei.

Io che ci sono andato nel 1959- racconto in breve il tragitto, eravamo in 12- sempre con alla testa el Rico.

Tutti alla S. Messa alle 5.30- (messa prima)

Poi partenza a piedi s’intende,sci,bastoncini, e una refa con il mangime e il bere, io avevo (e gli ho ancora)  un paio di sci “Sartorelli)  di legno lunghi mt.210 con attacchi da sci alpinismo quelli dell’epoca.

Neve ce n’era in abbondanza e anche il freddo era sufficiente a  meno 11°. Raccontava el Rico che nel 1948- era stato addirittura a meno 22° ed allora erano partiti in ben 19.

Fino vicino a Gardonè a piedi e dopo le pelli di foca fino al Passo Feudo, si toglievano le pelli, un po’ di riposo una preghiera e una foto  ricordo. Poi verso il “Ghemischer”, altro capitello una foto, e qui si devia e si gira la Pala di Santa verso Lavazè ci si orientava guardando lo montagne e i boschi, ma con montagne di neve e qualche pianta abbattuta ci si poteva sbagliare.
E ci siamo accorti che eravamo bassi di 80- 100 – metri e per riportarci in quota ci abbiamo messo una buona mezzora, è da calcolare che tutto il tragitto bisognava battersi la pista con 3- 4- metri di neve e qualche ostacolo era una faticaccia, ogni 50- 60-  metri bisognava darsi il cambio.

Fattostà che si arriva al Passo di Lavazè, ci si ristora e si parte per gli Oclini con il tempo sempre coperto e minaccioso e qui c’era una grossa baita con ristorante e tutti si mangiava una minestra che ci rimetteva veramente in sesto.

Subito partivamo verso Malga Ora e frà un capitombolo e l’altro arriviamo in vista di Pietralba verso le 16-. Rico fa la conta, ne mancano due si aspetta una mezzoretta, poi in quattro decidono di tornare sui suoi passi non senza una certa apprensione.

Sul più bello spuntano i due “dispersi” cantando in allegria. Cosa era successo, uno dei dispersi causa un capitombolo si ruppe un attacco dello sci tipo “ Kandar” e per fortuna senza farsi male.
Avevamo però bisogno di un po’ di fil di ferro, la nelle vicinanze c’era un grandi  maso, ci sono andati e ben volentieri, ci sono andati più che volentieri, gli hanno aiutati addirittura con diversi bicchierini di grappa e dopo hanno fatto il loro effetto.
E dato il posto che eravamo tutto finì in gloria.
foto-storiche-predazzo-scritte.jpgLà mangiamo qualche cosa e alle 10 – di sera S. Messa nel Santuario, oltre a noi c’erano circa 25- 30-  persone dei masi vicini e una famiglia di Genova che veniva tutti gli anni per una Grazia alla figlia non in buona salute.
A mezzanotte un bel falò con brulè.
E dopo polenta e lucaniche con qualche abbondante bicchiere di vino. A un’ora incerta su suggerimento del Rico andiamo a dormire sotto il ristorante sembrava di dormire”si fa per dire” in un frigo.
Alla mattina dopo qualche ora tutti assieme a colazione, minestrone e ambleti a volontà, ambleti si intende alla tedesca ripieni di zucchero.
pietralba-rico-dal-fol-1.jpgPoi tutti alla S. Messa per l’Anno Nuovo 1960- e in parte alla comunione. Fatta poi la rituale foto con il Priore del Santuario e la gentilissima famiglia di Genova si parte sci ai piedi verso S. Pietro- Redagno di Sotto  e di sotto fin giù ai Olmi, il ponte di Aldino non era ancora fatto e poi su su fino a Doladizza a  prendere il teno.
Tutti allegri e contenti fra canti in amicizia vera, arriviamo a Predazzo.
Era già notte e alla stazione di Predazzo el Rico aveva già  provveduto a tutto. A tutti ci diede una “ Kentena” una torcia fatta di un bastone e uno straccio imbevuto di Trementina “rasa” e dalla stazione con gli sci ai piedi e in mano la torcia accesa fino all’albergo Rosa”Rossat” e cantando ci sembrava di essere degli eroi.
Fissiamo tutte le torce accese in un mucchio di neve con accanto tutta la attrezzatura, tutti al bar con una buona bicchierata accompagnata da bellissime cantate e…con le lacrime agli occhi un buon arrivederci all’ultimo dell’anno.
A pensarci bene con poco allenamento era una fatica non indifferente, ci si impiegava calcolando un paio di fermate Lavazè e Oclini circa 10 –ore. L’ultima volta è stata nel 1967- 68.-
predazzo-storiche-scritte.jpgNel 1970 incominciò lo sviluppo degli impianti sciistici del Latemar. E con lo sviluppo molte cose sono  cambiate, da una parte in meglio e dall’altra in peggio.

Questa breve storia è purtroppo andata persa compresa l’amicizia, l’armonia il buon senso ecc. ecc.

   
    Cari saluti     Bosin   Beppino    -    Susana     

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  ‘l Rico Dal Fol   (di Vincenzo Guadagnini.) 

I primi ricordi di questo sant’uomo risalgono all’età giovanile. Allora, neofita pescatore ambivo possedere una “barusela” onde mantenere vive le trote che pescavo lungo torrenti e fiumi. La sua abilità nella lavorazione del legno era ben nota. Si ricorreva a lui per “falcheri, rastrelli, coderi” e qualsiasi altra cosa che avesse attinenza al mondo rurale e campagnolo. La costruzione di una “barusela” era però cosa più complicata e richiedeva cognizioni da bottai; cosa non da tutti. Più avanti negli anni divenni di lui amico in quanto entrambi appassionati di apicoltura. Anche qui le sue arnie erano un gioiello manifatturiero e la precisione nonché l’amore che metteva in qualunque cosa che facesse, era proverbiale. Alle api poi dedicava un’attenzione specialissima. Suo maestro era stato don Giuseppe Costa che come molti clericali era dedito all’apicoltura in quanto ritenuta nobile arte ludica e consona pure ai letterati,

Altro interesse in comune era la passione per il mondo naturale, le attività agricole e pastorizie, la pesca, le gite in montagna ed altre similari cose. Avendo ereditato da mio padre, e ancor più indietro nel tempo dai miei antenati, l’interesse per la mineralogia e geologia del posto, sovente confidavo a lui i miei successi e ritrovamenti che facevo ora in Val di Fassa, ora a Cima d’Asta o altre zone del Trentino Alto Adige. Lui era interessato alla cosa, in quanto uno suo zio, Morandini Valentino, detto “Tinoto Zanata”, fu assieme al maestro Ettore Dellagiacoma uno dei pionieri delle ricerche petrografiche locali.

Quando poi divenni pastore, il rapporto amicale venne a farsi ancora più stretto se possibile, in quanto abbisognavo della sua esperienza casearia che usava nel confezionare saporite ricotte e caciotte caprine. Anche lui come me, era interessato all’allevamento di questi ruminanti dal piede fesso. A cavallo degli anni ottanta novanta, io avevo una sessantina di animali selezionati, in grado di produrre ogn’uno sino a 12 quintali di latte all’anno. Tutto questo latte era da me lavorato con l’ausilio appunto dei consigli elargitimi dall’amico Rico ed uno zio, che aveva passato quasi tutta la sua vita pascolando le mucche.

Un episodio risibile, voglio qui ricordare. Trovandomi sul Monte Feudale per via di attività venatoria, in un autunno inoltrato di non so quale anno, sbinoccolando fra radure e anfratti alla ricerca del capriolo, uno strano essere mi capitò avanti gli occhi in lontananza. Una scimmia ?-pensai-. Impossibile ! Guardando meglio e avvicinatomi un po’ andai a riconoscere il Rico appollaiato in cima ad un larice, intento alla raccolta delle pigne. Un dettaglio curioso ebbe lui a raccontarmi in seguito circa quel suo stare a “mason” sugli alberi. Usava annodare uno spago allo zaino che lasciava a terra onde poterlo issare successivamente allorquando avesse avuto fame o fosse comunque giunta l’ora del pranzo. Era sua abitudine satollarsi l’assù a mezz’aria fra cielo e terra ritenendo migliore il panorama che non giù in basso!!

All’epoca v’erano degli addetti (non molti) che si dedicavano in stagione opportuna per l’appunto alla raccolta delle pigne di larici e abeti, per poi consegnarle a sacchi a dei laboratori di essiccazione atti ad estrarne le sementi per i vivai forestali. Uno di questi essiccatoi se non erro funzionava a Tesero e venne strappato sino alle fondamenta dalla tragedia di Stava. L’amico Rico era per l’appunto uno di questi addetti che però lavorava in conto proprio onde non perdere la propria indipendenza e libertà.

Sempre attinente a questa filosofia di vita, era dedito il nostro uomo, alla raccolta del “largà”. E’ questa la resina prodotta dai larici. La sua estrazione richiede un permesso particolare dall’Ente Forestale, ed una preparazione del tronco non scevra da fatica. Bisogna infatti forare con opportuna trivella i tronchi alla base, e la cosa non è proprio subito fatta. Eseguito il foro, questo viene chiuso con un turacciolo di legno. Ogni anno prima che sia troppo freddo, (che altrimenti la resina non fuoriuscirebbe), con bandoni e attrezzatura acconcia si provvedeva all’estrazione. Il prodotto veniva poi consegnato alle Aziende Farmaceutiche.

Un’ultimo pensiero mi va alla sua degenza in quella Villa S.Gaetano ov’è stato ospite in sul finire dei suoi giorni. Lui, abituato alla rude vita contadina e alpestre, mai ebbe a finire di elogiare le attenzioni e la benevolenza degli operatori e del trattamento ivi esistente. Nessuna lagnanza, mai un sospiro o lamento. Ecco dicevo fra me e me. Ecco un santo!! Si dilettava ancora nello scolpire qualche stella alpina con il fidato temperino. E quando anche questo gli venne sottratto da avido camerata, gliene regalai io uno analogo. Anche questo fece purtroppo la stessa fine, ma il Rico, lungi dal recriminare, scusava l’insensibile ladruncolo, con evangelica bonomia.

Il Rico dal Fol. Non è morto come i più credono! Sintantochè alberga il suo ricordo nella mente di quanti lo conobbero egli è qui in mezzo a noi, che lo andiamo immaginando là nei pressi della sua casa,(già ex mulino) al pascolo con le sue caprette proprio lungo la strada ove recentemente il Gruppo Volontari sorti a sua commemorazione, hanno edificato una Via Crucis, che periodicamente ben lungi dal essere solo una esposizione estetica di una serie di capitelli commemorativi, è viva e funzionante, specie in particolari circostanze quale è ad esempio il periodo quaresimale.

Non va dimenticato sul finire la passione con cui ad ogni anno organizzava una gita a Pietralba con gli sci, anche questi probabilmente costruiti con le sue mani. In simili circostanze, non c’era tempo avverso che lo fermasse, salvo naturalmente il pericolo delle slavine; ma egli conosceva talmente bene i passaggi sicuri del suo Feudo che quanti da lui accompagnati potevano andare ad occhi chiusi, tranquilli che li avrebbe portati alla meta sani e salvi.

Per ultima cosa, e questa è davvero l’ultima, non pochi lo ricordano arrampicato quale alpinista provetto sino alla cima del campanile, onde pulire eventuali erbacce che nel corso dei decenni s’erano addentrate nelle fessure e gli interstizi del secolare monumento.

                                                                “Vincent”

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Di Claudia Boschetto. 

Sono andata la scorsa settimana a Londra con la mia famiglia e curiosando
per la città sono entrata in un negozio nel centro perchè attirata sia dalle
vetrine molto particolari che dal nome famoso NATIONAL GEOGRAPHIC. E’ il
primo di una serie di negozi che la National Geographic ha creato con il
proprio marchio. Prossime aperture Giappone , Milano - Roma . All’entrata
c’è una mostra fotografica di ritratti e paesaggi di tutto il mondo del
famoso fotografo Volkmar Wenzel. Ammiravo i visi di donne orientali,
africane, paesaggi pittoreschi di tutto il mondo. Fotografie d’autore! Ad un
certo punto c’era una foto in bianco e nero e la mia attenzione è stata
attirata dalla fontana e stavo dicendo a mio marito ” guarda questa fontana
sembra quella che abbiamo noi a Predazzo ” E’ stata con  meraviglia e gioia
che ho constatato che era veramente quella. Una fotografia d’epoca, anno
1950, strade non asfaltate e una donna che lavava i panni. Sotto c’era la
scritta che nel villaggio di Predazzo per lavare i panni bisogna andar alla
fontana pubblica.
Ti invio le foto che spero Ti possano interessare perchè per Predazzo essere
inserito in questo contesto è un provilegio. Inoltre la domanda è ” chi è
questa signora anni 50 ? ”

 Ti ringrazio e Ti saluto caramente. Boschetto Claudia Predazzo

claudia_boschetto_fontana_pinzan-copia.jpg

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. ho avuto un indizio: secondo Livio Morandini potrebbe essere Gina Bosin del Macia. Chi avesse altri informazioni è bene accetto. Grazie Mauro 

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Vi presentiamo: SuperZip, il nostro inviato speciale che attraversando in un zip tempo e spazio è in grado di raccontarci “in tempo reale” le cronache del passato realmente accadute a Predazzo e dintorni.   

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Dal nostro inviato SuperZip:
Si eccovi collegati dalla piazza di Predazzo, precisamente dalla Crosèra, sono le ore 12.04 del 28 febbraio 1945.
La campana della chiesa ha da poco finito di suonare il mezzodì e nella piazza ci sono poche persone, ma ecco sta uscendo ora dalle scuole del corso di avviamento un nugolo di ragazzine che hanno finito la lezione.
Bene, adesso il vociare sta sciamando e tutte stanno andando verso le loro case, è tornata la calma di prima, hei..ma ecco qui ho trovato un foglio per terra proprio vicino alla pozzanghera… per un pelo.. lo prendo e lo leggo…

“Tema:  Esame di  coscienza                                                 
 Oggi la Signorina Maestra ci tenne in castigo ,brutta cosa nevvero?  Mi vergogno a dire, sta male dover castigare ragazze grandi del Corso avviamento, non siamo più  bambine di prima o di seconda elementare e possiamo benissimo comprendere  certe cose . Ritornai a casa verso le dodici, la mamma mi chiese “dove  sei stata ?” io abbassando il capo vergognosamente risposi ” in castigo”.
 ”La mamma mi rimproverò e non ebbi nemmeno voglia  di mangiare, sentivo  una vocina che mi diceva Facesti male, recasti un dispiacere alla tua  Maestra che fa tanto per te, che cerca di far di te una ragazza istruita ,ben educata, seria e tu offendi colei che fa del bene. Era la mia  coscienza che mi rimproverava.

Rientrai in me stessa compresi subito che feci male. Quella benedetta lingua che non è mai capace di stare ferma, non voglio diventare una fanciulla ostinata, incorreggibile, voglio  vincere la mia alterigia ,vincere quei piccoli difetti, perchè se ora non  saprò dominarmi che sarà di me quando sarò più grande. Voglio essere più  buona, obbediente non voglio più essere castigata. Voglio veder brillare  negli occhi della mia buona maestra un sorriso di contentezza .              

 Predazzo 28 febbraio 1945     Mariateresa Capòcia (classe 1933) “

 maestra-lazzeri-moglie-del-seler-copia.jpg      classe-secondo-avviamento-1933-34.jpg      gruppo-secondo-avviamento-1933-34-copia.jpg   

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Ed eccoci di nuovo collegati con la piazza di Predazzo, siamo alle prime luci dell’alba e questa mattina fa molto freddo, la neve caduta questa notte ha dato un tocco di novità, tutto questo bianco sembra aver coperto per davvero tante paure…

Ma ecco stanno arrivando delle jeep … tre.. quatto.. cinque… ma continuano a spuntarne delle altre là in fondo verso l’Hotel Predazzo, si fermano tutte nella piazza disegnando sulla neve tante righe con le ruote come volessero scrivere qualcosa di nuovo, mi sposto.., comincia ad arrivare gente, ..vedo una ragazzina che spunta da via Dante, ..mi sembra abbastanza spaventata, provo ad avvicinarla….  hei!  salve ! Posso farti una domanda? Mi guarda con sospetto e accellera il passo, la seguo …  si ferma un attimo e mi chiede: “Ma che sono tutte queste jeep con la stella sul cofano?”  Ecco si sentono ora delle voci.. gli americani, sono arrivati gli americani, la guerra è finita !!!!!!!!  Un salto di gioia con un guizzo negli occhi..

“-Hei ferma non scappare… posso sapere il tuo nome?”    “-Mariateresa”

“-Quanti hanni hai?”    “12″ 

“-Mi potresti raccontare come hai passato l’ultimo giorno di guerra?”

“Ricordo benissimo quando i tedeschi la sera del 30 aprile ci entrarono in casa stanchi impauriti affamati e bagnati fradici, erano in quattro ricordo come fosse adesso, si misero vicino al fogolar. Quella sera pioveva a dirotto e faceva freddo, tre erano dei poveri diavoli ma il quarto  aveva uno sguardo da far paura ricordo occhi azzurri, biondo sulla trentina  (come lo vedevo io) mi obbligò a mangiare della margarina sul poco pane che mia madre aveva e che diede a loro, avevano tutti quelle bombe a mano fatte come un ananas alla cintura, dopo aver mangiato si tolsero le giubbe bagnate andarono ad occupare i nostri letti  ed io la mamma e la mia sorellina di  tre anni dovemmo arrangiarsi in un piccolo divano in salotto (una volta c’era anche chi aveva un piccolo salotto dove si festeggiavano le belle ricorrenze come battesimo, comunione, cresima ecc.

 Avevo paura, tanta, (mio papà lo avevano requisito i partigiani quando avevano fatto saltare la polveriera che si trovava giù dal tabià del mit e fu portato a Feltre sulle montagne, non sapevamo niente da mesi, non c’erano i mezzi che ci sono adesso) dunque durante la notte i tedeschi andarono via e la mattina andando alla S.Messa (la mamma mi mandava ogni giorno) trovammo oltre alla neve che aveva imbiancato la piazza, questa piena di jeep degli americani giunti la notte, un bel sospiro di sollievo erano arrivati i Liberatori  (personalmente i tedeschi non li potevo soffrire studiavo svogliatamente il tedesco di fatto avevo un sei di voto, loro lo seppi in seguito si erano portati via tutte le coppe vinte da mio padre, di tutte le gare di fondo vinte qua e là anche all’estero ).           

Mariateresa Capòcia (classe 1933) “

piazza-balilla1-copia.jpg     saggio-1940.jpg    obito-nazista-copia.jpg

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Se vuoi puoi inviarci una tua testimonianza storica, anche raccolta da qualche persona anziana, purchè sia autentica e ancor meglio se  documentata da qualche immagine.  Grazie.


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